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Brevi considerazioni a proposito del referendum sulla riduzione del numero dei parlamentari

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In previsione del referendum costituzionale di marzo, il dibattito sulla riduzione del numero dei parlamentari entra nel vivo, coinvolgendo il parere di esperti ed addetti ai lavori.

In questa sede si cercherà di fare chiarezza sui profili giuridici della riforma degli artt. 56 e 57 Cost. limitandosi ad un punto di vista strettamente tecnico e tralasciando ogni altra considerazione di diversa natura, come deve essere nello spirito di una Rivista di settore.

Le finalità perseguite dalla riforma – che prevede, giova ricordarlo, la riduzione del numero dei parlamentari da 630 a 400 deputati e da 315 a 200 senatori – sono le seguenti, come indicato anche nel relativo dossier parlamentare: favorire «un miglioramento del processo decisionale delle Camere per renderle più capaci di rispondere alle esigenze dei cittadini e dall’altro ridurre il costo della politica (con un risparmio stimato di circa 500 milioni di euro in una Legislatura)».

Si tratta, dunque, di chiedersi se le finalità perseguite possano essere concretamente realizzate mediante la riforma in commento e anche di domandarsi se le stesse debbano rappresentare degli obiettivi meritevoli di assumere un rilievo privilegiato nell’ambito dell’ordinamento costituzionale.

In primo luogo, la questione del miglioramento dei processi decisionali, che rappresenta oramai un topos del dibattito politico nazionale perlomeno sin dal referendum Renzi-Boschi del 2016, non è detto che sia risolta attraverso il drastico taglio delle poltrone previsto dalla riforma.

In altri termini, la riduzione del numero dei rappresentanti non costituisce necessariamente un miglioramento in senso qualitativo della funzione parlamentare, tanto più alla luce della drammatica crisi del legislativo che affligge il nostro sistema negli ultimi decenni, per una moltitudine di fattori, endogeni ed esogeni, che non possono essere compiutamente analizzati qui.

Ed anzi, proprio tale riduzione rischia di dar luogo ad un’élite di eletti totalmente avulsa dai territori, una vera e propria «casta» per utilizzare il linguaggio caro alla vulgata giornalistica degli ultimi anni.

Questo pur prevedibile effetto indesiderato rappresenterebbe, a ben vedere, il tradimento dello spirito originario della riforma, scaturita nel contesto di quella che viene correntemente definita anti-politica, come può evincersi anche dall’analisi del secondo obiettivo.

Difatti, venendo al secondo punto della riforma (la riduzione dei costi della politica), si evidenzia che il risparmio che ne deriverebbe non sarebbe da ritenere in sé risolutivo per la finanza statale – benché, in linea generale, occorra combattere lo sperpero di risorse pubbliche più volte venuto a galla nelle cronache di questi anni – e, soprattutto, determinerebbe un depotenziamento dell’istituzione parlamentare e della relativa dotazione strutturale.

È bene ribadire che la democrazia, perché ne sia garantito un corretto funzionamento, richiede dei costi, che non vanno demonizzati in quanto tali.

In particolare, l’istituzione parlamentare deve essere messa nelle condizioni di mantenere (rectius, ritrovare) la propria centralità all’interno del sistema democratico e non è detto che i pur pregevoli obiettivi dichiarati della riforma possano realmente servire allo scopo e non rivelarsi, piuttosto, addirittura controproducenti.

Un Parlamento decimato nella composizione e limitato in quella rappresentanza che per propria natura è chiamato ad esprimere non si candida di certo a riappropriarsi del ruolo che gli compete nell’architettura istituzionale ed, anzi, rischia di vedere definitivamente tramontare la propria antica posizione di primato.

Pertanto, alla luce delle brevi considerazioni che qui si è cercato di sintetizzare, sia pure in modo sommario, si ritiene che la risposta ai problemi che la riforma mira ad affrontare possa essere più efficacemente ricercata in altre ricette, a partire, ad esempio, da una rigenerazione culturale del ruolo dei partiti nella selezione di classi dirigenti di qualità e da una più puntuale e meno demagogica soluzione della questione morale, che da diversi decenni reclama invano attenzione nel nostro Paese.